Quaranta minuti di cinema. Sátántangó di Béla Tarr
Al 73esimo minuto di Sátántangó (Béla Tarr, 1994) compare un volto noto. E’ quello dell’attore e scrittore tedesco Peter Berling (Fitzcarraldo, Aguirre, Il petomane), qui nei panni di un obeso e alcolizzato medico di provincia. Nell’ oretta che seguirà, lo spettatore viene informato di alcune importanti novità: il dottore, gran bevitore e ficcanaso da record, ha appena finito la scorta del suo liquore preferito. E fuori, immancabilmente, piove. Dal 73esimo al 112esimo minuto succede, in effetti, pochino. Il primo dei nove stacchi è una soggettiva. Siamo dentro gli occhi del dottore e guardiamo, con i binocoli, fuori dalla finestra. Un allarme suona nella testa del saggio (lo sguardo alla finestra di Leonbattistalbertiana memoria) ma noi vediamo solo quello che abbiamo già visto, un’ ora prima, nello stesso film ma da un diverso punto di vista. Al 76esimo minuto il montatore impone il secondo stacco quando, ormai, non speravamo più. Il dottore (che vediamo per la prima volta) è seduto davanti alla scrivania che è davanti alla finestra, e tracanna il primo di una lunga serie di bicchierini. Affacciato sul mondo, egli appunta sui fogli ciò che vede e ciò che sente.
Quando, al 80esimo minuto, ci spostiamo alle spalle del dottore vediamo, con lui e fuori dalla finestra, quel cornutazzo di Schmidt e, subito a ruota, il birichino Futaki sgusciare dalla casa e dal pericolo. Scene già viste. Chi si fosse addormentato a inizio film potrà, così, recuperare il tempo perso e ritessere le fila della narrazione laddove si era lasciato sopraffare. Magia del cinema.
Al 86esimo minuto comincia a piovere. Il quarto stacco (siamo al 88esimo minuto) è, inefetti, il più impegnativo della serie. Al 90esimo minuto il dottore si addormenta e noi con lui. Niente paura, è solo la calma prima del temporale che irromperà, da lì a poco, sottoforma di colf magiara, brutta, baffuta e, per giunta, stronza (quinto stacco). Autolicenziamento, restituzione della chiave e tanti saluti. La porta sbatte al 93esimo minuto. Il sesto stacco preannuncia, niente po’ po’ di meno che, un action movie. Il dottore, ormai ubriaco come una zampogna, inciampa su se stesso e cade rovinosamente per terra dove, a pelle d’orso, resterà qualche minuto, in compagnia di Tarr, della troupe e della macchina da presa, rigorosamente in azione. Al 100esimo minuto, come Rambo nel fango, il dottore si trascina verso il letto che conquista faticosamente pochi minuti dopo (settimo stacco). Fiatone. Piccola puntura su grande pancione (dopo tutto, è un medico). Ottavo stacco. Giornataccia per il dottore, la stronza si è licenziata, fuori piove e il liquore è finito. Merda. Al 105esimo minuto vediamo il dottore impegnato a travasare, con un quanto mai improbabile imbuto, l’ultima goccia del liquore da una bottiglia all’altra. E’ davvero il fondo del barile. Al minuto 107, si alza. Indossa un certamente poco lindo cappotto, pesante come un’ armatura mediovale. Prima di guadagnare l’uscita inforca il colbacco. No, non metterlo che fuori piove. Inutile. Da lì a poco, sotto il diluvio, diventerà una gradevolissima spugna. Nono e ultimo stacco. La macchina da presa segue di spalle la lunga camminata on the storm del dottore, ormai esausto. Triste, solo e senza liquore.
Quaranta minuti intesi dove succede tutto o niente, come nella vita. Sono film, questi, che pensano che dall’altra parte ci sia una personcina che guarda e che, forse, varrebbe la pena parlarci. E’ dopo film come Sátántangó che il mondo, quotidiano e banale, sembra un po’ più cinematografico.
S.






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